SERIESOLOGY #5: IL FENOMENO ABRAMS

Bentornati: questo è seriesology, l’appuntamento settimanale di “Ed è subito serial” nel quale trattiamo i vari aspetti della serialità ed analizziamo nel dettaglio i telefilm più importanti di oggi e del passato. Dopo tre appuntamenti dedicati a True Blood e ad i suoi personaggi, torniamo ad affrontare un argomento telefilmico di più ampio raggio. Come sempre, siete tutti invitati ad esprimere le vostre opinioni commentando sul sito o tramite i nostri canali Facebook e Twitter. La domanda al centro della disquisizione odierna l’avevamo anticipata alla fine dello scorso episodio: “J.J. Abrams: Genio o Bufala?” La serialità , come ogni altro ambito dell’arte umana, ha una propria storia, degli alti, dei bassi e dei cardini fondamentali ed imprescindibili. E se è indubbio che Twin Peaks , e X-Files subito dopo, hanno plasmato i telefilm anni ’90, al punto da ritrovarne tracce anche a quasi vent’anni dall’inizio della serie (basti pensare a quanto Twin Peaks ci sia in prodotti come Desperate Housewives, Carnivale e addirittura Veronica Mars e a quanto X-Files abbia contribuito alla nascita di un filone oggi portato avanti dai vari Fringe, Supernatural e dai “defunti” 4400 e Buffy), è altrettanto chiara la centralità di Lost nel firmamento televisivo degli anni zero. In un settore sempre più innovativo, concorrenziale e, finalmente, mainstream, Lost è riuscito a contraddistinguersi dalla massa non solo per il senso di mistero che permea la storia, né per aver inventato qualcosa di nuovo, ma per aver mischiato insieme in modo inedito e rivoluzionario tecniche di narrazione già esistenti ed argomenti che sono parte della nostra cultura da secoli e che costituiscono le fondamenta della nostra civiltà da tempi antichissimi. Ma se Abrams è il demiurgo di questa incredibile narrazione, che senso ha chiedersi se sia o meno un genio? La risposta sembrerebbe essere palese! Eppure non è così. Come sapranno bene i fan di serie come Felicity ed Alias, Abrams è tanto bravo a creare i suoi mondi, quanto facilmente se ne stanca. Quando iniziò a lavorare ad Alias, lasciò Felicity al suo destino, salvo poi abbandonare anche le avventure di Sydney Bristow per dedicarsi a Lost, anch’esso messo da parte per lavorare a Mission:Impossible 3. Nessuno dei progetti da lui iniziati è stato finito con lui al timone ed il suo addio, è coinciso puntualmente con un incredibile calo di qualità della serie. Questo calo, però, non è da imputare ad una pochezza di chi è andato a sostituire Abrams: la caratteristica principale di queste serie, infatti, sta in una trama piena di segreti e colpi di scena, che il buon J.J. è abilissimo a tessere, ma che sembra non essere in grado poi di districare. T roppo facile creare misteri, porre domande, se poi si lascia ad altri l’ingrato compito di trovare delle risposte soddisfacenti. Ed è così che nell’ultima stagione di Felicity, le avventure della protagonista abbandonano la dimensione da teen drama e ci ritroviamo alle prese con viaggi nel tempo mal giustificati (ricorda qualcosa?) e morti che tornano in vita nelle scene finali (una costante delle serie di Abrams…)Lo stesso Alias, dopo anni spesi a celare ed incensare il grande mistero di Rambaldi, ci rivela che di così misterioso non c’era proprio nulla e che la risposta era quella che tutti si aspettavano fin dalla prima stagione: l’immortalità . Se a questo aggiungiamo una serie di situazioni ripetitive, una generale sensazione di deja vu ed una sequenza di morti ammazzati che tornano vivi con spiegazioni appena abbozzate (e siamo a due) e personaggi uccisi per puro diletto degli sceneggiatori, è presto detto perché in pochi ricordino con piacere le missioni finali dell’agente Bristow. Arrivati a questo punto, la risposta alla domanda che ci siamo posti, sembra proprio uno degli irrisolvibili misteri di Lost. Da una parte Abrams crea grandi mondi ed incredibili misteri, dall’altra sembra, ed i fatti lo comprovano, che non ci sia niente di vero nelle sue promesse di sapere il finale fin dall’inizio e di non lasciare niente al caso, tanto da abbandonare ogni volta la nave poco prima che affondi. Ma allora è la sua mancanza a determinare l’abbassamento di qualità , o è lo spettro di quest’ultimo a spingerlo ad andarsene? Come si diceva una volta, tre indizi fanno una prova. Non ci rimane, quindi, che analizzare il nostro terzo caso: Lost. Nonostante l’autore se ne sia andato dopo la fine della seconda stagione (con un contributo a queste già abbastanza saltuario), collaborando minimamente alla terza per poi sparire del tutto, Lost ha continuato a viere e a mietere grandi ascolti. Al contempo, però, non tutti sono d’accordo nel dire che la qualità sia rimasta invariata. C’è chi, tra ruote che fanno viaggiare nel tempo e nello spazio, caverne di luce e fari dalle proprietà fantascientifiche, non è rimasto soddisfatto del Lost post Abrams e chi, invece, ritiene che sia proprio questa eterogeneità e la maggior velocità della narrazione ad aver migliorato Lost e a contribuire a farlo sopravvivere per ben sei stagioni. Ancora una volta prendere una posizione non è così facile, ma una cosa la possiamo dire di sicuro: quello che fa di Lost il vero momento di rottura, la nuova presa di coscienza delle serie anni duemila, come detto poco fa, non è negli ingredienti, ma, come in ogni ottima ricetta, nelle dosi utilizzate e quelle sono tutte la, nel pilot. Checche se ne voglia dire, che si pensi che il tappo in fondo alla grotta sia il simbolo di qualcosa di profondo o sembri semplicemente quello dello scarico del lavandino, mai come in Lost l’importante non è stato l’arrivo, quanto la strada percorsa insieme per questi sei lunghi anni. E se ad indicarci quella strada è stato lui, non possiamo fare altro che ringraziarlo: grazie Jeffrey Jacob Abrams.
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Michael Beatrice
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