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Telefilm art

Interviste
| Intervista a Leo Damerini 04/09/2010 INTERVISTA A LEO DAMERINI Chiaccherata col guru dei telefilm   |
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IL DIKTAT DI BERLUSCONI Â "LE FICTION SULLA MAFIA FANNO MALE ALL'ITALIA"
"Da una recente indagine di mercato, è emerso come nel resto del mondo appena si dice Italia si pensi per prima cosa alla Mafia. Questo è assolutamente sbagliato e la responsabilità è nostra. Siamo noi con le nostre fiction sulla mafia, come ad esempio la Piovra che è stato tradotto e trasmesso in più di cento paesi, ad aver creato questo immaginario. E' colpa delle nostre fiction che esportano solo il brutto, facendo vedere all'estero il lato peggiore del nostro paese. Nella politica come nella televisione, nel giornalismo e nello sport, abbiamo bisogno di ottimismo, fiducia e serenità ". Ecco il diktat di Silvio Berlusconi. Sono queste alcune delle parole del Presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa per il primo giorno di raduno del suo Milan in vista del prossimo campionato. Dichiarazioni che appaiono imbarazzanti soprattutto il giorno dopo le commemorazioni del diciottesimo anniversario della strage di Via d'Amelio a Palermo, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Berlusconi, non pago di aver asservito buona parte del giornalismo della tv generalista (Rai e Mediaset), si scaglia contro le fiction e le serie tv di stampo prettamente politico-sociale, ree di non dare una bella immagine dell'Italia. Non c'è bisogno tuttavia di far riferimento ad Orwell o a McLuhan per mostrare quanto il declino di una nazione sia direttamente proporzionale al controllo dei mezzi di comunicazione di chi sta al potere. Con la sua diffusione così capillare e invasiva nelle famiglie italiane, il piccolo schermo è l'elettrodomestico più persuasivo che ci sia in circolazione. Chi fa arrivare le immagini nelle case degli italiani (e facciamo riferimento ai consigli d'amministrazione e direzione, i produttori televisivi e i curatori dei palinsesti), è altamente responsabile dell'educazione morale e civica di una nazione. E non è un caso certamente che qualche mese fa Michele Santoro, giornalista e conduttore di Annozero su Raidue, lamentasse l'assenza di un Lost, di un Dr. House o di un Tony Soprano di marca italiana. L'Italia non investe in prodotti editoriali e televisivi che hanno un fondo critico, figuriamoci in qualcosa di distante nei confronti del pensare comune. Se l'Italia negli anni Sessanta e Settanta ha avuto il merito di divenire un paese dall'alto profilo culturale (che, ahinoi, è stato irrimediabilmente perso), è stato grazie alla RAI che in quegli anni investiva in programmi di qualità e divulgazione accessibile a tutti. Alessandro Buttitta |
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E' vero, la mafia c'è, la criminalità organizzata pure e la Banda della Magliana ha mietuto terrore a Roma per tanto tempo, ma non c'è bisogno di produrre fiction e serie tv come La Piovra, il Capo dei capi o Romanzo criminale, nè tantomeno celebrare figure come Borsellino o Falcone in miniserie di due puntate. Per l'impreditore che ha fondato il suo impero televisivo Mediaset negli anni Ottanta sdoganando tette e culi in ogni fascia oraria, la televisione è esclusivamente intrattenimento, anestetico della coscienza morale e politica di un'Italia che non sa indignarsi più. La televisione, vista dal Presidente del Consiglio che naviga perennemente nel conflitto d'interessi, non deve avvilire con le storie di gente ammazzata per qualche ideale o per servire lo stato, non deve rappresentare e mostrare quanto l'animo umano possa essere vile e corrotto. Per il nostro Presidente del Consiglio, le serie tv servono per far dimenticare i problemi, devono decantare a suon di mandolino quanto è bella la nostra nazione, dando ottimismo e fiducia ai cittadini che guardano nei piccoli schermi. Non c'è bisogno di dire la verità , la tv, si sa, è finzione, è fiction, mezzo di evasione.
Oggi la televisione italiana, imbambolata davanti a talk-show e reality show di cattivo gusto e a serie tv dove regna solo buon senso familiare lontano però anni luce dalle problematiche vere della società , rispecchia fedelmente lo stato di paralisi dell'Italia, ferma nel cieco pregiudizio e nella totale acquiescenza. Qui non stiamo parlando di artisticità o meno di una serie tv o di qualità in termini di drammaticità , c'è in campo una scelta ideologica. La fiction sulla mafia o sulla criminalità possono essere belle o brutte, corrette o sbagliate, possono far storcere il naso per i riferimenti troppo espliciti o per la ferrea categorizzazione in buoni o cattivi. Gli errori possono capitare. Ciò che non deve assolutamente accadere è che venga rimproverato ad esse di dire la verità , di far arrivare un messaggio altamente critico allo spettatore. Tra le tante funzioni dell'arte (e certe serie tv sono forme artistiche, non intrattenimento!) c'è quella di porre domande allo spettatore: l'arte non serve esclusivamente per comprendere, come dice M. Foucalt. L'arte serve in primo luogo per prendere posizione. 


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